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sabato 23 ottobre 2010

Il senso del grado, se c'è...

I gradi in arrampicata, un argomento ricco di spunti su cui riflettere, una vera e propria arma a doppio taglio per tutto il movimento della verticale! Di seguito riportiamo una lettera aperta scritta da Bertrand Lemaire e Roberto Rosica e pubblicata sul n°49 della rivista © Pareti del primo semestre del 2006. E' passato qualche anno ma il tempo sembra essersi fermato... Buona lettura a tutti!















ph. © Urban & Street Photography 

Questa lettera nasce da un nostro disagio. Oggi sembra che l’arrampicata (alpinismo, falesia, blocchi, etc.) sia diventata soltanto un “affare di gradi”: basta aprire una rivista o visitare un sito internet, non si parla d’altro. Sentendosi quotidianamente aggrediti da questo fiume di cifre e lettere, abbiamo deciso di reagire, eliminando i gradi prima dai nostri discorsi poi dai nostri pensieri (si, è possibile!). Anche se qualcuno ci ha accompagnato nell’esperienza, la maggioranza non ha capito; ironia della storia, profanando il Dio Grado siamo diventati noi gli aggressori, come se togliendo i gradi avessimo cancellato la loro “ragione di scalare”. Senza pretendere di convincere nessuno (magari qualcuno…) e pur sapendo che con questa lettera finiremo direttamente nella categoria “vecchi rincoglioniti”, ecco le nostre motivazioni.
Fin dalle prime ore dell’Alpinismo, il “racconto della via fa” parte della via stessa. L’alpinista racconta le sue impressioni, le comunica agli altri – alpinisti e non – rendendoli partecipi della sua impresa. Sorge la prima domanda: è più importante il “racconto” o la via stessa (sembra che l’una senza l’altro non esista), il dire del fare…? Il “racconto” è una forma di letteratura, seppur minore, un curioso miscuglio di eroismo mitologico-alpino in cui è spesso difficile separare il vero dall’inventato. Del resto, la sua funzione non è stabilire “La Verità”, ma trasmettere un vissuto per definizione soggettivo. La montagna è letteratura; non a caso si parla(va) di “grande pagina di Alpinismo”. Quando Igor Koller descriveva un “passaggio delicato nel quinto tiro”, l’informazione importante non era “c’è un passaggio delicato nel quinto tiro” ma “Koller ha detto che…”.
Ancora: la montagna è terreno d’esplorazione, scoperta, non sai cosa ti aspetterà su quella parete che hai visto tante volte. Si tratta di mettersi in gioco fino in fondo, di usare tutte le proprie capacità di arrampicatore per riuscire a passare di là. Andre Heckmair dovette inventare nuovi ramponi per poter passare sulla Nord dell’Eiger, Vinatzer usava pedule di stoffa per avere sensibilità sulle lisce placche della Sud della Marmolada, e così via. Nessuno aveva mai detto o scritto su qualche via come si doveva fare! La roccia era là da millenni e qualcuno aveva voglia di scalarla, questo importava e nient’altro. L’ingegno dell’uomo, la sua creatività, la sua tenacia e bravura fecero il resto e presto si consumarono le grandi imprese della storia dell’alpinismo. I primi gradi dicevano poca cosa rispetto all’avventura, al rischio, alla difficoltà incontrata e alla bravura dell’alpinista. Provate a passare oggi sulla sud-ovest dell’Ortles lungo la via tracciata da Pichler nel 1804 e provate a dare un grado; o chiedetelo a Messner: cosa vi dirà? Poco o nulla! Ma l’uomo ha bisogno di certezze. Ha cercato (prima in montagna, poi in falesia e sui blocchi) di rendere tutto più omogeneo, tutto meno rischioso, tutto più “sportivo”; quindi misurabile usando parametri di confronto graduati e “oggettivi” – così dicono loro! – ad uso e consumo di tutti, dove l’oggettività data dal grado appunto sembra stilare una classifica di difficoltà. Così dai timidi D, TD, …, fino a questi surrealistici 7a+/7b! In montagna, non esiste più nessun racconto dato dal primo salitore o ripetitore della via, né roccia malsana da affrontare, né rischio di temporali. Il grado diventa l’attore protagonista, non più l’uomo! I gradi non sono il “male assoluto”, è il modo in cui vengono usati oggi che troviamo malsano. Il loro ruolo “ufficiale” – dare un’informazione sulla difficoltà di un passaggio, di una via – non è spesso che una maschera per nascondere la loro vera funzione: dire qualcosa di qualcuno, in generale sé stesso, a qualcun altro. I gradi non classificano i blocchi o le vie, ma classificano la gente. Certo, ciascuno di noi può avere bisogno di posizionarsi nel mondo, di creare una gerarchia, di sentirsi più forte di quell’altro, di sentirsi “il più forte”, di sentirselo dire da quell’altro, ecc.
È un atteggiamento molto comune: a scuola, al lavoro, in macchina… passiamo la vita a “posizionarci”, schiavizzati dal nostro ego che non si da mai pace. L’arrampicata è una delle poche “attività sportive” rimaste veramente libere. Non ci sono regole scritte, cronometri, giudici, servizio d’ordine… Ognuno può (e deve) costruirsi il proprio gioco, trovare i suoi valori, purché non impedisca agli altri di fare lo stesso. Ma la libertà ci fa paura, non siamo abituati. È più comodo essere schiavi, continuare a scambiarsi etichette, curare miseramente il nostro ego.
Non è un discorso da dilettanti dell’arrampicata. La ricerca della difficoltà è sempre stata e continua a essere (ieri in montagna e in falesia, oggi sui blocchi) una delle nostre principali fonti di motivazione; ce ne sono altre ma non è questo l’argomento. Come tanti arrampicatori, cerchiamo dei “problemi limite” per noi, cioè pezzi di roccia che ci richiedano un grosso sforzo mentale e fisico. Il punto è che siamo capaci di riconoscere/trovare questi “problemi” da soli, che siano o no affiancati da una cifra e una lettera. Lo stesso vale per chiunque scali regolarmente da un po’ di tempo, bisogna solo provarci. Si tratta solo di cambiare abitudine, di staccarsi dal giudizio deglia altri per conoscersi meglio. Lasciate a casa la vostra guida, smettete di dare retta al vostro guru preferito, e (ri)cominciate a leggere la roccia.
Alcuni arrampicatori, soprattutto principianti, ma non solo, obiettano che senza gradi non sarebbero stimolati nella prestazione, come se dovessero dare un senso al loro agire. È proprio questa domanda che riporta il problema non al grado del blocco o della via, ma al grado della persona appunto! Ed è decisamente triste che siano un numero e una lettera a dirci quanto siamo stati bravi, piuttosto che la consapevolezza di aver scalato al proprio limite impegnando tutte le proprie energie e conoscenze…
Il fare e il dire… piccolo breviario dell’impostore:
-         “Ho fatto il 7a!”… Che significa? Hai fatto un 7a che ti sta particolarmente congeniale dopo averne provato cinquanta che non sei riuscito a fare? Riesci a fare più o meno tutti i 7a che provi? Sei andato a scalare in un posto dove “i gradi sono regalati” e lì ci sei riuscito? Chiaramente il discorso vale per tutti noi: provate a scrivere 6a, 8b oppure 9a… al posto di 7a.
-         “È morfologico!”… Bella scoperta! Tutti i passaggi sono morfologici, l’arrampicata è per definizione morfologica. Ognuno tenta di utilizzare al meglio le sue “qualità” (scioltezza, dinamicità, forza, altezza, leggerezza, etc.) per risolvere un problema. L’uomo non è “misurabile”: chi si vuole misurare con gli altri usando i gradi sta soltanto misurando la propria stupidità.
-         “Dov’è che c’è un 7a che posso fare?”…
-         Quante vie “a vista”… dopo ore passate a spiare gli altri col binocolo; “al terzo tentativo”… dopo mesi di lavoro dall’alto. Perché i blocchi o le vie con i gradi più alti non sorgono quasi mai nei posti dove l’attività è culturalmente ben impiantata? Semplicemente perché dove scala un sacco di gente, i problemi nuovi sono subito provati da molte persone, i diversi metodi possibili vengono trovati rapidamente e di conseguenza i gradi sono più “omogenei”. Ma dicono sempre la stessa cosa: tu sei più forte di me e io sono più forte di lui. A Fontainebleau per esempio, cosa ci dicono i gradi (i numeri sono casuali): 6a = 10000 locali l’hanno fatto, 7a = 1000…, 8a = 100…, 8b = 10; nient’altro. Più si va verso l’alto, più l’approssimazione è grossolana; e più la probabilità di rivalutazione al ribasso è alta. Senza parlare dello stile che cambia: oggi in media i blocchi difficili fanno in media quindici movimenti, ieri ne facevano quattro. Ma si continua a usare la stessa scala, pur di poter continuare a diffondere l’unica informazione che conta: “pinco pallino è il più forte del mondo”.
L’arrampicata è cambiata. Era un’attività marginale, è diventato uno “sport di massa”. Gli spit ci sono ravvicinati; ci portiamo materassi sempre più grossi, e tutti vogliono essere parati. Ne prendiamo atto, non si può fermare il “progresso”. D’altronde, grazie ai materassi abbiamo potuto provare dei passaggi che prima non guardavamo nemmeno; sui blocchi alti la componente mentale è spesso fondamentale. Cosa ci dicono i gradi di tutto questo: poco e niente! Perciò abbiamo deciso di farne a meno. il blocco sta là; la linea ti piace; la provi; ci riesci o non ci riesci; punto. Altri stanno tentando strade diverse (per esempio ad Annot, dove i locali hanno creato un’altra scala di gradi). La nostra “soluzione” è sicuramente eccessiva, utopica. L’importante non è la risposta ma la domanda: a cosa servono i gradi?

                                                                                 Bertrand Lemaire e Roberto Rosica


giovedì 3 giugno 2010

Path of Resistance by Tommy Caldwell

Di seguito pubblico l'articolo apparso sulla brochure 2010 della Black Diamond dedicata al free climbing. Il testo è di © Tommy Caldwell, le foto sono di © Tim Kemple. Traduzione a cura di © Lord Baboon.

Un Cammino di Resistenza 

Una sensazione sinistra circonda il mio minuscolo rifugio isolato a seicento metri dal suolo. Le ultime due mattine mi sono svegliato appena il calore del sole ha colpito il campo sospeso. Questa è la mia terza giornata invernale nel bel mezzo di El Cap – da solo. Dopo alcuni momenti di tranquillità una scossa di nervosismo mi pervade nel vedere che il ghiaccio che si è formato durante la notte ora cola dal muro sovrastante iniziando a bombardarmi. Chiudo la patta del portaledge e infilo la testa nel sacco a pelo nel tentativo di fuggire alla terrificante esposizione, al vento gelido e al pensiero di scariche di grossi pezzi di ghiaccio. La mia inclinazione non è mai stata quella di percorrere la via più semplice, una vita agiata non mi interessa. Così mi sono inventato questo super progetto per darmi uno scossone e migliorare ancora.

So perfettamente che la salita in libera di Dawn Wall su El Capitan è improbabile. Centinaia di metri di lisce placche di granito – nessun punto debole da seguire. Scalare in libera Dawn Wall significa catapultare in avanti il concetto di possibile nel mondo dell’arrampicata libera delle grandi pareti. Ho speso parte degli ultimi due anni a calarmi dalla cima e a scalare in solitaria, andando su e giù, ricercando e provando i movimenti. Con questa via sto azzardando un cambiamento di paradigma e la prospettiva di concatenare almeno sette tiri oltre l’8b e altri dieci tra il 7c e l’8a è scoraggiante. Molte volte ho rinunciato e sono andato via, preoccupato di sprecare troppo tempo della mia vita nella ricerca di qualcosa che non esiste o che per me è troppo difficile. Ma ho investito molto, incapace di resistere al fascino magnetico di El Cap, e dopo due anni e mezzo penso di aver finalmente trovato la via, eseguito tutti i movimenti. Ma il viaggio è ancora lontano dal concludersi.

Terminata la stagione sono rimasto a casa, ripensando al brivido di tenere per la prima volta quel lancio laterale di oltre due metri o di trovare quell’improbabile serie di lame che collegano una sezione che pensavo essere completamente liscia. Il cervello si mette in moto, corro dentro il magazzino polveroso della mia baita e sforno qualche serie di trazioni su liste al trave, poi faccio addominali e trazioni fino a far tremare i muscoli dalla fatica. So che scalare in libera questo Santo Graal su El Cap mi richiederà un allenamento più duro, più resistenza. Scivolo nelle scarpe da corsa e guardo il termometro all’esterno. Segna -12°. Appena supero l’ingresso il mio volto è colpito da una raffica di vento a 80 km/h. Abbasso la testa e inizio a correre.





In basso due video relativi alla salita di Caldwell insieme a Kevin Jorgeson, splendide immagini dalle pareti di El capitan, Yosemite, California.


martedì 1 giugno 2010

Grignetta - Spigolo Mir & Via Renata












Sulla destra il Torrione del Pertusio dove corrono le vie Mir e Renata

ph © Lord of the Golden Baboon

sabato 15 maggio 2010

Back On Track: KTM 250 SX (1996)

Il tempo incerto di questa mattina ha ispirato la nostra voglia di fango, così, caricata la moto sul furgone, ci siamo diretti verso la prima pista utile. Con nostra grande meraviglia la troviamo completamente deserta! Niente di meglio per godersi un pomeriggio di derapate a gas aperto e scattare qualche foto. Questa moto ha carattere da vendere, sia a livello di motore che d'estetica, quattordici anni sulle spalle e nulla da invidiare alle versioni più recenti...




























ph © Lord of the Golden Baboon

martedì 4 maggio 2010

Natalija Gros: addicted to climbing!

















Slovena, 26 anni, un metro e cinquantasei per quarantanove chili,
atleta del circuito professionistico internazionale, Natalija Gros
scala fino all'8c+ e se la gode. A Gennaio è uscito un video che
la vede scorazzare per l'Argentina in cerca di nuove linee
(trailer in basso). Ad Aprile la rivista PlayBoy slovena le ha
dedicato un servizio di tutto rispetto. E brava Natalija...
complimenti!



Natalija Gros - New Dimension Teaser from Film IT on Vimeo.

sabato 24 aprile 2010

Roma - 2 Palle a Monti


Ph. Dirk Vogel


Ph. Roberta Krasnig

In occasione degli Internazionali d’Italia che si svolgeranno al Foro Italico da oggi fino all’8 maggio, un noto marchio di abbigliamento sportivo ha realizzato una campagna pubblicitaria per promuovere l’ultima delle sue polo. La cosa in sé non ci interessa affatto, se non fosse che, per fare ciò, ha pensato bene di riunire quattro fotografi e un nutrito gruppo di modelli per farli lavorare nello storico rione Monti. La location è assolutamente azzeccata. Il risultato sono 320 scatti che riescono a esaltare le strade e gli angoli che caratterizzano questa splendida parte di Roma, rendendola un luogo quasi ideale, lontano dal caos che purtroppo le gravita intorno. Per chi in questi giorni non può passare direttamente in Via dei Serpenti 143, nella piazzetta dove, oltre all’esposizione, si terranno aperitivi e dj set, l’invito è quello di visitare il sito 2 palle a monti e gustarsi una Roma diversa, assolutamente godibile e affascinante!